TEMPI E LUOGHI DEL TATUAGGIO
October 12, 2005
Sin dalla preistoria l’uomo è stato portato a lasciare dei segni, delle tracce, sull’ambiente circostante e, in particolare, a decorare i luoghi a lui familiari, per renderli più’ intimi e personali. Secondo Lévi Strauss, la prima superficie che l’uomo ha sentito l’impulso di abbellire sarebbe stato il corpo, inteso come involucro della propria persona e mediatore con il mondo esterno. A conferma dell’antichità di tale pratica, vi è il ritrovamento di utensili di epoca preistorica, che si pensa fossero utilizzati per tale scopo. Possiamo ricordare, inoltre, i racconti di storici quali Erodoto e Plinio il Vecchio, oppure i corpi mummificati rinvenuti in varie parti del mondo, che portano evidenti segni di tatuaggi. La pratica del tatuaggio, insieme alla scarificazione e alla pittura ornamentale, è da considerarsi dunque un’arte antica, nata per soddisfare un impulso umano con connotazioni non solo individualistiche, ma anche con risvolti sociali, tanto da poter essere considerata come “l’atto sociale primitivo”. Sul piano linguistico è da notare che il temine “tatuaggio” ha origine polinesiana, in particolare tahitiana, e deriva dal vocabolo “tatau”, traducibile con “marcare con segni”, “scrivere sul corpo”. Inizialmente il termine “tatuaggio designava sia il tatuaggio propriamente detto, cioè la deposizione sottocutanea di pigmenti secondo un disegno indelebile, sia la pratica, diffusa presso popolazioni fortemente pigmentate, della scarificazione e delle cicatrici ornamentali o “cheloidi”, ottenute mediante la guarigione di profonde ferite tramite cicatrizzazione. Il vocabolo “tatau”, trascritto da Cook con il vocabolo di lingua inglese “tattow”, trasformato successivamente in “tattoo”, si è poi diffuso in Europa. Con il termine odierno di tatuaggio si indicano tutti quegli ornamenti e disegni impressi indelebilmente sulla pelle. La pratica del tatuaggio è diffusa presso tutti i popoli. La zona ritenuta più ricca di tatuaggi, sia per quanto riguarda la quantità che la complessità dei disegni, è l’Oceania, dove l’uso del tatuaggio è sopravvissuto fino ai giorni nostri: si va dalla Nuova Zelanda a Samoa. Molto diffuso, a Samoa, è il tatuaggio su tutto il corpo, denominato “pe’a”, per eseguire il quale sono richiesti cinque giorni di sofferenza. Alla fine, viene data una grande festa in onore di chi è riuscito a portare a termine l’impresa. In Africa si ritrova una stretta connessione tra tatuaggio, magia e medicina. In Asia invece il tatuaggio ha origini lontane ma la pratica si è evoluta con tempi e ritmi diversi nelle diverse zone. Nel Sud-Est asiatico il suo uso è limitato alle fasce povere della popolazione, mentre in Giappone assume un valore ornamentale e di connotazione sociale. Il tatuaggio era conosciuto anche presso tutte le popolazioni dell’America precolombiana: valgano come esempio gli indiani della costa nord del Pacifico ed i Maia. In Europa il tatuaggio era diffuso già in epoca preistorica e sembra che la sua funzione fosse principalmente terapeutica e curativa. Fu utilizzato anche dai Greci e dai Romani per indicare l’appartenenza ad una classe bassa o ad alcune categorie sociali: schiavi, prigionieri, disertori e stranieri. Particolare è il rapporto tra la religione cristiana ed il tatuaggio: inizialmente esso costituiva per i primi fedeli perseguitati un simbolo religioso e l’espressione di una fede osteggiata. Un cambiamento si ebbe nel 787 d.C., quando Papa Adriano ne proibì l’uso.Quel divieto, poi, rimase a lungo. Le condanne del tatuaggio lo fecero scomparire dall’Europa per molto tempo, tornando in uso solo tra il XV e il XVIII secolo, dopo l’avvio delle grandi esplorazioni geografiche. Furono proprio le scoperte di territori incontaminati, veri e propri paradisi terrestri (si pensi all’arcipelago polinesiano), che portarono una ventata di suggestioni esotiche e di curiosità, soprattutto presso la borghesia del tempo, che ritornò al tatuaggio e riconobbe ai tatuatori il ruolo di artisti. Si può ritenere che questo atteggiamento sia riconducibile al desiderio di un ritorno alle origini. Infatti, l’incontro con culture incontaminate e definite “primitive”, generò la rivalutazione di un certo stile di vita, di pratiche, riti e abitudini ad esso connesse, atteggiamento che confluì e si espresse nel mito del “buon selvaggio”. Questa visione esotica viene meno con il ‘900, epoca in cui si ha un’inversione di tendenza: il tatuaggio non è più’ considerato espressione di libertà ed arte, ma di anti-socialità, arretratezza e disordine morale. Perché questa opposizione? Si può ritenere che essa sia stata suscitata dalla diffusione del tatuaggio all’interno di ceti bassi: esso, infatti, si era propagato tra marinai, soldati, malavitosi e carcerati, tanto da diventare un vero e proprio proclama di appartenenza alla criminalità. Il ritorno del tatuaggio, in anni più vicini, richiama alla mente la ribellione e la trasgressione. ne sono un esempio gli anni ‘60, in cui chi sceglieva di tatuarsi apparteneva al ceto medio-alto ed era, per lo più, mosso dalla voglia di stupire e porsi in alternativa alla mentalità comune. Con i “punk” ed i “bikers”, negli anni ‘70 e ‘80, il tatuaggio diventa uno degli elementi cosiddetti “contro”, cioè simbolo di contrapposizione. Al tempo stesso, si pone anche come segno di riconoscimento ed appartenenza. Il desiderio di tatuaggio, esploso negli anni ‘90 insieme con il diffondersi di riviste e centri specializzati, non sembra portare con sé ribellione e rabbia, ma si pone piuttosto come una scelta di stile di vita personale
il teatro Noh
October 8, 2005
Il teatro Noh è una tradizionale forma teatrale giapponese che unisce elementi di danza, di recitazione drammatica, di musica e di poesia in una forma espressiva estremamente preziosa. Ha i suoi più importanti punti di riferimento in città quali Tokyo, Osaka e Kyoto, ed è praticato in tutto il Giappone da attori professionisti, quasi tutti maschi, che hanno ereditato dai propri avi, attori da molte generazioni, il privilegio di recitare. C’è comunque anche un gran numero di attori dilettanti, maschi e femmine, che si dedicano al Noh, attratti dal fascino delle sue danze e degli strumenti musicali.
Il teatro Noh si è sviluppato nel XIV e nel XV secolo grazie alla creatività del brillante attore e scrittore Kannami e di suo figlio Zeami. Zeami è stato prolifico scrittore di commedie che vengono recitate ancor’oggi all’interno del repertorio classico. Ha inoltre scritto alcuni libri segreti che spiegano i principi estetici che governano il teatro Noh e spiegano dettagliatamente come questo tipo di teatro deve venire scritto, recitato, diretto, insegnato e prodotto. Il Noh è fiorito nel periodo di Zeami sotto l’egida dello shogun Ashikaga Yoshimitsu. In seguito, durante il periodo Edo (1603-1868), il teatro Noh è diventato la forma teatrale ufficiale del governo militare. I più importanti guerrieri e feudatari sovvenzionavano le loro compagnie di recitazione e molti di loro studiavano e recitavano il Noh. Con le riforme sociali del periodo Meiji (1868-1912), il Noh perse il suo stretto legame col potere politico e militare ed acquistò autonomia e non venne più sovvenzionato nè sostenuto. Nonostante il duro colpo, alcuni attori si riunirono, trovarono privati in grado di pagarli, iniziarono ad insegnare la loro arte agli appassionati ed il teatro Noh iniziò a rifiorire. Attualmente, come accade per molte forme espressive tradizionali, il teatro Noh può venire descritto come un’arte conosciuta ed apprezzata in tutto il Giappone. Vi sono molti estimatori ed appassionati, gli attori sono preparatissimi ed impegnati nell’insegnamento. Vi sono circa 1500 attori professionisti che vivono esclusivamente recitando ed insegnando il Noh.
Esistono cinque diversi tipi di rappresentazioni Noh. Riguardano nell’ordine: gli dei, i guerrieri, le belle donne, figure varie (donne impazzite o donne dei giorni nostri), creature soprannaturali. Durante il periodo edo, il programma di una intera giornata consisteva nel un pezzo rituale Okina-Sanbaso seguito da una rappresentazione per tipo, nell’ordine appena visto. Tra una rappresentazione Noh e l’altra in genere trovava spazio una rappresentazione Kyogen.
Delle cinque categorie, quelle riguardanti le donne sono le più lente nello svolgimento, ma sono le più poetiche, ed esprimono meglio di altre lo yugen, un termine estetico che indica una quieta eleganza ed una grazie sottile che suggeriscono una bellezza preziosa.
Il Noh e’ un teatro del soprannaturale, un teatro nel quale gli dei danzano il fluire del tempo e dello spazio. E’ una forma drammatica esclusivamente giapponese, di tradizione feudale, appartenente agli ambienti della corte imperiale, conservatosi ritualmente immoto sino ai nostri giorni. Le fonti sembrano concordare su di una origine cinese di quella forma di spettacolo di arte varia denominata sangaku che evolutosi in parte nei numeri del sarugaku sara’ poi un elemento basilare nella costituzione, tra il XIV ed il XV secolo, del Noh.






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